Il calcio in Sardegna è un malato grave, ko altre 46 società

 

Patron e sponsor in fuga, stadi vuoti. Ogni anno aumento il numero delle squadre costrette a gettare la spugna prima ancora di scendere in campo

 

 

La crisi c’è e fa male. Azzanna migliaia di famiglie e non risparmia il mondo dello sport. Ogni estate, ormai da una decina di anni a questa parte, aumenta il numero delle squadre costrette a gettare la spugna prima ancora di scendere in campo. Una moria lenta e inarrestabile. Ancora di più alla periferia dell’impero, dove non arrivano le tv, non ci sono i ricchi profitti del merchandising e le istituzioni hanno altre priorità. È il calcio che vive nei paesi, con una funzione più sociale che sportiva, a pagare le conseguenze di una situazione che sembra senza via di uscita. Ed è il mondo dei dilettanti, di chi corre dietro a un pallone dopo una giornata di lavoro a vedersi presentare il conto più salato.

Fino a non molti anni fa ogni Comune aveva la sua squadra, talvolta più d’una, dove finiva il campione incompreso, il mediano padre di famiglia, il bomber bohemienne e rubacuori. C'era il campanile e le sfide tra centri distanti pochi chilometri ma, dal punto di vista delle bandiere, lontanissimi. Oggi non è più così. Anche in periferia non si gioca più per hobby. E il pallone ha fatto boom.

Le cronache di questi giorni raccontano di una crisi senza fine con società importanti sparite dalla scena del calcio regionale e decine di piccoli club (una cinquantina nell’ultimo anno) costretti a rinunciare al campionato. Il grido d’allarme arriva soprattutto dalle società più piccole - le prime a sentire i morsi della crisi - tra dirigenti che sbattono la porta, inutili richiami alla politica e spese che non si arrestano. Il leit motiv è sempre lo stesso: scarsissimi incassi dal botteghino, sponsor che promettono e difficilmente mantengono, amministrazioni comunali con le casse vuote e le pretese dei calciatori che difficilmente calano.

 

C’è poi il problema della concorrenza di altri sport e la scoperta di interessi diversi che spingono i ragazzi ad abbandonare campi e palestre. Con queste premesse fare calcio in Sardegna è diventato una scommessa. E lo è anche per società che hanno una storia e una lunga tradizione sportiva. La Torres ha accumulato debiti per 800 mila euro nei tre anni della gestione Capitani ed è stata ceduta per due soldi a un procuratore siciliano che ha poco da perdere e nulla da investire. Le altre squadre sarde di serie D non stanno molto meglio. La Nuorese dipende dal portafoglio di Michele Artedino, il San Teodoro, il Muravera e il Lanusei devono stare attentissime a non sforare il bilancio. Stanno un po’ meglio il Latte Dolce - che può contare su un vivaio coltivato con pazienza – e l’Arzachena che ha imparato a bilanciare entrate a uscite e naviga, ormai da diverse stagioni, nelle parti alte della classifica.

Più in basso - tranne rarissime eccezioni - è il deserto. Ad Alghero il pallone è praticamente sparito e così a Oristano, nel Sulcis e perfino in centri del sassarese che hanno conosciuto stagioni gloriose: Castelsardo, Ozieri, Thiesi, Portotorres e Tempio. Anche in questi casi il problema è uno solo: i costi superiori alle entrate. Costi per le trasferte, per i rimborsi spese pretesi dai giocatori, per la gestione dei campi di gioco, per le attrezzature e per lo staff. Un bel po’ di denaro che prima veniva garantito dai dirigenti con l’aiuto di tanti piccoli sponsor (il meccanico amico, il barista del paese, il piccolo costruttore edile). Oggi è difficile andare a chiedere soldi e anche le amministrazioni comunali possono poco. Il risultato è che al fischio d’inizio della stagione 2016-17 una cinquantina di campi sardi sono rimasti deserti. Un peccato perchè ogni stadio chiuso è una sconfitta per tutti.